In questo secondo episodio di “Backwards Pass” vi portiamo indietro nel tempo per trovare i motivi scatenanti di questo fenomeno che si può riassumere con poche semplici parole: “How ‘bout them Cowboys”.
Se nel mondo della pallacanestro gli anni ‘90 sono ricordati per essere stati il decennio dei Bulls di Michael Jordan, nel mondo NFL rappresentano un punto di svolta per la storia della Lega: fu la prima decade senza la gestione di Pete Rozelle come Commissioner e a livello di proprietà delle squadre, un imprenditore dell’Arkansas di nome Jerry Jones fu protagonista di una mossa che donò nuova linfa a una nobile decaduta.
Il 25 febbraio 1989 infatti Jones acquistò da Harvey Roberts “Bum” Bright i Dallas Cowboys, con l’intento di risollevare le sorti della squadra che negli anni ‘70 si era guadagnata il soprannome di “America’s Team”.
I Cowboys erano reduci dalla peggior fase durante la gestione quasi trentennale di coach Tom Landry: si trattava infatti della prima stagione con record negativo dal 1964, al secondo posto nelle loro peggiori performance, dietro solo allo 0-11 del 1960, prima stagione nella NFL (il record della stagione 1988 fu 3-13).
Al suo arrivo Jerry Jones dichiarò, senza troppi giri di parole, che il suo obiettivo era quello di portare i Cowboys alla vittoria. “There is no substitute for winning [...] Win is the name of the game”, queste furono le sue parole durante la prima conferenza stampa e per dare il via a questo nuovo corso Jones prese una decisione (qualcuno direbbe la prima delle tante) che fece storcere il naso ai tifosi: licenziò coach Landy per assumere il coach dei Miami Hurricanes, freschi vincitori di un titolo collegiale: il suo vecchio compagno di squadra ai tempi del college Jimmy Johnson.
L’approdo di coach Johnson fece la gioia di parti del roster (uno su tutti Michael Irvin che ritrovò il suo coach del college e anche la motivazione per restare in Texas), mentre altri giocatori furono tagliati perchè ritenuti inadeguati agli standard che Johnson aveva fissato.
Il primo passo da fare era però quello di rinnovare il condottiero della squadra, perché Steve Pelluer non era il profilo su cui fare affidamento. La pick numero 1 al Draft 1989 aveva già nome e squadra ben delineati, per cui senza alcuna sorpresa il draft si aprì con “With the first pick, the Dallas Cowboys select Troy Aikman, quarterback from UCLA”.
La scelta di Aikman fu la fine di un lungo corteggiamento da parte di coach Johnson, che aveva inseguito per anni il giocatore di West Covina per reclutarlo a Miami (offerta che però Aikman ignorò sempre, in quanto preferì agli Hurricanes Oklahoma e poi UCLA).
Nonostante questi primi cambiamenti però, la stagione 1989 dei Cowboys faticò ad ingranare e ad ottobre, con un’altra controversa e clamorosa decisione, la coppia Jones-Johnson decise di scambiare Herschel Walker coi Minnesota Vikings, coinvolgendo anche i San Diego Chargers, dato che Darrin Nelson non ne voleva sapere di giocare neanche uno snap con la franchigia texana, in quella che oggi viene ricordata come “The Great Trade Robbery”.
All’epoca dei fatti l’idea di scambiare l’unico All-Pro della squadra fece infuriare (e non poco) la tifoseria dei Cowboys, ma guardandola in prospettiva fu proprio questa la mossa che pose le basi per la grande squadra della prima metà degli anni ‘90: infatti oltre a fare un trade-up per il draft del 1990 (dove i Cowboys ricevettero da Minnesota le pick al primo, secondo e sesto round, dando in cambio un terzo e un decimo round), vennero cedute dai Vikings pick tra il primo e il terzo round per le stagioni ‘91,’92 e ‘93.
Questo scambio alla fine fece la fortuna dei Cowboys, che al primo round nel 1990 selezionarono Emmitt Smith e tagliando i giocatori ricevuti dai Vikings ricevettero altre pick al draft.
La rebuild iniziò pian piano a prendere forma durante le due stagioni successive perché si passò dall’1-15 del 1989, al 7-9 del 1990 all’11-5 della stagione 1991, dove i Cowboys tornarono a giocare un match di post-season dopo un’assenza di 6 anni, anche se l’esito fu simile a quello della stagione 1985, ovvero una sconfitta al Divisional Round.
Mancava però ancora qualche tassello per riuscire a sbloccare il pieno potenziale di questa squadra, in particolare nella difesa ecco perchè nella off-season tra 1991 e 1992 Jerry Jones piazza lo scambio che darà la svolta ai Cowboys: in cambio di una scelta al secondo round del Draft 1993 e una al terzo per il Draft 1994 ai San Francisco 49ers, i Cowboys ricevettero Charles Haley.
Questo scambio fu il punto di svolta: Haley era leader per sack nella difesa dei 49ers e la sua intensità fu la chiave per aumentare la pericolosità della difesa dei Cowboys (va anche aggiunto che, come testimoniato anche dai suoi compagni di squadra Ken Norton Jr. e Michael Irvin: “Charles was crazy”).
L’aggiunta di Haley aggiunse quell’agonismo che mancava ai Cowboys e così all’inizio della stagione 1992 con una difesa così aggressiva e un attacco guidato dai “Triplets“ (Aikman, Irvin e Smith), il risultato a metà stagione era di 6 vittorie (tra le quali contare i due scalpi illustri di Redskins e Giants, vincitrici degli ultimi due Super Bowl) e 1 sola sconfitta.
Questo percorso fece esplodere la Cowboy-mania a Dallas con buona parte dei giocatori che durante la settimana era protagonista di uno show in TV o in radio mentre altri, nello specifico Troy Aikman, diventavano star della musica country (c’è un suo contributo nel disco dei Super “Boys” “Everybody Wants to be a Cowboy”), e gli stadi registravano il tutto esaurito con tifosi da tutta America che indossavano le maglie bianche e blu.
Tutto questo fu anche approvato da coach Johnson che capiva l’importanza di lasciare ai suoi uomini un po’ di spazio per staccare dal football.
La regular season dei Cowboys finì senza alcun grosso intoppo,ad eccezion fatta per la sconfitta contro i Redskins, che costò all’America’s Team il primato nella NFC East, e portò al record di vittorie per la franchigia (13) anche se la leggerezza con cui vennero affrontate la partita contro Washington e la sfida in Week 17 contro i Bears misero Johnson in stato di allarme, in quanto il coach pretendeva la perfezione dai suoi giocatori per poter riportare a Dallas quel trofeo che mancava da 15 anni.
I playoff 1992 iniziarono nel modo più “romantico” possibile per Dallas: Divisional round in casa contro gli acerrimi rivali di Philadelphia. Alla sfida con gli Eagles i Cowboys, o meglio, gli uomini della difesa dei Cowboys arrivarono carichi come non mai, complice lo snub subito nelle selezioni del team All-Pro della stagione (6 giocatori dell’attacco di Dallas furono selezionati, nessun difensore, nonostante si trattasse della miglior difesa della NFL) e il risultato finale fu un durissimo 34-10 che mise fine ai sogni di gloria di Philadelphia.
Per il Super Bowl c’era solo un ostacolo da superare: i San Francisco 49ers, reduci da una stagione da 14-2.
In un Candlestick Park gremito di maglie rosse e oro, i Cowboys soffrirono fino all’ultimo, perché i 49ers non erano intenzionati a cedere il loro posto di leader della NFC ma alla fine un brillante passaggio di Troy Aikman per Alvin Harper negli ultimi minuti mise la parola fine alla rincorsa di San Francisco (nota di colore, stando ai protagonisti lo schema chiamato prevedeva che la post route fosse compito di Irvin, mentre il curl, prima opzione dello schema, era compito di Harper, ma in quell’occasione Irvin volle prendersi il compito di prima opzione, mentre Aikman scelse l’opzione due, la post route corsa da Harper).
Arrivò finalmente il momento tanto atteso da Jerry Jones e Jimmy Johnson: il Super Bowl.
Al Rose Bowl di Pasadena i Cowboys passeggiarono contro i Buffalo Bills, trionfando 52 a 17, grazie a una performance magistrale di Troy Aikman che chiuse con 273 yard e 4 touchdown (MVP della partita) e una prestazione monstre della difesa, che costrinse l’attacco dei Bills a 9 turnover.
Ma come coach Johnson disse ai suoi dopo la vittoria contro i 49ers “HOW BOUT THEM COWBOYS?", perché il lavoro di questa squadra non era ancora finito.
La squadra tornò al lavoro nell’estate 1993 con un solo obiettivo nella testa del suo allenatore: ripetere l’impresa della stagione precedente.
Iniziarono però i problemi interni alla squadra: il primo fu la situazione contrattuale di Emmitt Smith che chiedeva un contratto adeguato alle sue performance (nel ‘92 chiuse al comando la classifica delle rushing yards), ma Jerry Jones non voleva saperne di far diventare il suo numero 22 il running back più pagato della Lega (titolo che all’epoca spettava a Barry Sanders).
L’assenza di Smith pesò nella preparazione della stagione e nelle prime due partite di regular season, che si conclusero con due pesanti sconfitte contro i Redskins e i Bills.
Lo 0-2 iniziale costrinse Jones a soddisfare le richieste di Emmitt Smith e da quel momento la stagione dei Cowboys iniziò sul serio: 7 vittorie consecutive e una ritrovata convinzione di potersi giocare un nuovo Super Bowl.
La gioia fu però interrotta dall’infortunio di Troy Aikman durante la sfida contro i New York Giants, che costrinse i Cowboys ad affidarsi per il mese successivo a Bernie Kosar, appena tagliato dai Cleveland Browns.
Kosar riuscì a coprire più che egregiamente il vuoto lasciato dall’MVP del Super Bowl XXVII, contribuendo a portare il record finale della regular season dei Cowboys a 12 vittorie e 4 sconfitte, le ultime due ottenute consecutivamente contro gli Atlanta Falcons e i Miami Dolphins (la partita con Miami fu la classica rappresentazione della Legge di Murphy: disputata sotto la neve, cosa mai vista in Texas nel periodo del Ringraziamento, fu un suicidio sportivo dei Cowboys che dopo aver bloccato il field goal che avrebbe permesso ai Dolphins di vincere la partita, scelleratamente cercarono di recuperare il pallone, ottenendo però l’esito opposto e regalando ai Dolphins la possibilità di un field goal dalla linea delle 1 yard. Il giocatore che si avventò sul pallone fu Leon Lett, salito ai “disonori della cronaca” durante il Super Bowl XVII per essersi fatto strappare il pallone di mano mentre stava imitando l’esultanza di Michael Irvin, buttando all’aria una possibilità di un return six da 62 yard).
La tranquillità dei Cowboys fu minata dagli improvvisi rumors che circolavano intorno alla figura di Jimmy Johnson, dato che l’arrivo dei Carolina Panthers e dei Jacksonville Jaguars per la stagione 1994, aveva dato adito a numerose voci di mercato che riguardavano l’allenatore dei Cowboys, accostato al ruolo di nuovo head coach di Jacksonville.
In aggiunta a queste voci che destabilizzavano l’ambiente e un approccio troppo soft dei giocatori, secondo coach Johnson, i Cowboys arrivarono ai playoff in una situazione molto delicata, perché durante l’ultima sfida di regular season contro i Giants, Emmitt Smith si infortunò alla spalla e concluse la partita in condizioni tutt’altro che ideali (la protezione molto artigianale, se così la possiamo definire, fatta unendo due ginocchiere e posta attorno alla sua spalla servì a poco).
Il percorso ai playoff andò liscio come la stagione precedente, con due larghe vittorie contro Green Bay e San Francisco (nonostante la commozione cerebrale che colpì Aikman durante il secondo tempo).
Per il secondo anno consecutivo Dallas ebbe la possibilità di giocarsi il Super Bowl e, come l’anno precedente, l’ultimo ostacolo tra i Cowboys e il Lombardi Trophy erano i Buffalo Bills.
Nonostante una situazione più turbolenta rispetto all’anno precedente (Aikman non al 100% dopo la commozione, Smith con una spalla malconcia, Bill Bates con delle ginocchia doloranti e il futuro sempre più incerto di Jimmy Johnson con la franchigia texana) i Cowboys sbrigarono la pratica Bills e, dopo un inizio con le marce basse, nel secondo tempo alzarono il livello sia in attacco che in difesa e con un contro parziale di 24-0 conquistarono il secondo Super Bowl consecutivo, con Emmitt Smith nominato MVP del match di Atlanta.
A differenza dell’anno prima però, l’off season non fu tutta rose e fiori. Jimmy Johnson infatti si dimise a sorpresa due mesi dopo la vittoria del Super Bowl (le voci su questo addio sono molto contrastanti, in quanto secondo alcuni rumors l’addio è stato una scelta volontaria di Johnson, mentre altre voci sostengono la teoria di forti dissapori tra i due ex compagni di squadra) e lasciò la squadra in mano a Barry Switzer, che pose fine alla sua lontananza dai campi da football, dopo aver abbandonato la sideline degli Oklahoma Sooners nel 1988.
La teoria più diffusa (anche tra gli stessi giocatori) su questo cambio di guida riguarda uno “scontro di potere” fra Jimmy Johnson e Jerry Jones. L’opinione pubblica infatti dava molti meriti al coach ex Miami per i successi della squadra, così il proprietario (e GM), ferito nell’orgoglio, volle dimostrare che la squadra da lui composta era capace di vincere con qualsiasi allenatore al comando.
Lo stile di guida della squadra di Switzer però non convinse subito i giocatori, dato che lasciava la gestione in mano ai suoi coordinatori e assistenti, però alla fine della regular season i campioni in carica ripeterono esattamente quello che fu il percorso della stagione precedente: 12 vittorie a fronte di 4 sconfitte e titolo della NFC East.
Anche i playoff stavano seguendo lo stesso copione della stagione precedente: bye week al Wild Card Round (all’epoca le prime 2 di conference godevano di questo privilegio), Divisional Round vinto agevolmente contro Green Bay e sfida per il titolo della NFC, ancora una volta, contro i San Francisco 49ers.
A differenza dell’anno precedente però i 49ers entrarono in campo con un’aggressività diversa e dopo solo 8 minuti il punteggio recitava 21-0 San Francisco. La partita finì 38 a 28 per San Francisco e l’opinione comune fu che l’unica persona in grado di condurre quei Cowboys al successo fosse Jimmy Johnson.
La rincorsa al titolo 1995 iniziò quindi con tanti dubbi che circondavano la squadra, ulteriormente alimentati dalle perdite subite durante la free agency e da scelte alquanto discutibili nel draft, alle quali aggiungere anche l’infortunio al ginocchio di Erik Williams, offensive tackle titolare, in un incidente d’auto.
Nonostante tutto, la stagione di Dallas prese subito un’altra piega durante il match di Week 1 contro i New York Giants, quando alla seconda giocata della partita Emmitt Smith trovò il buco nella difesa di New York e andò a segnare dopo una corsa di 60 yard. Quella giocata fece scattare la scintilla nell’America’s Team, che si ricordò di essere una delle squadre più forti e talentuose dell’epoca e iniziò la sua rincorsa al terzo Lombardi Trophy in 4 anni.
Questo ottimismo infuso dalla prestazione dell’attacco fu però smorzato subito dalla notizia dell’infortunio di Kevin Smith (che avrebbe saltato poi tutta la stagione) e che costrinse la difesa a giocare senza uno dei suoi elementi chiave.
L’infortunio di Smith però aprì le porte per una firma che avrebbe svoltato definitivamente la stagione dei Cowboys: il 9 settembre 1995 venne infatti ufficializzato l’accordo tra i Dallas Cowboys e il miglior cornerback della lega, “Prime Time” Deion Sanders (che l’anno prima aveva completamente oscurato Michael Irvin).
La stagione finì per il terzo anno consecutivo con un record di 12-4, con due sconfitte arrivate contro i Washington Redskins allenati dall’ex offensive coordinator dei Cowboys Norv Turner e una contro i San Francisco 49ers, che fecero rivivere i fantasmi del championship match a molti membri dei Cowboys.
A ciò si aggiunse la squalifica inflitta dalla NFL a Leon Lett, ancora della linea difensiva di Dallas, sospeso per 4 gare a causa della violazione della substance abuse-policy (Lett fu poi sospeso a tempo indefinito nel 1999 per aver violato per la terza volta la policy, sospensione terminata all’ottava partita della stagione ‘99) e la sua situazione fece crescere nei giocatori e nella stampa locale, la convinzione che un’altra delle chiavi del successo dei Cowboys fosse la disciplina ferrea che regnava sotto la gestione Johnson.
Nonostante questa serie di vicissitudini Dallas arrivò ai playoff da leader della NFC (potendo quindi sfruttare il vantaggio del fattore campo per il Divisional Round e per l’eventuale Championship Round), grazie alla sconfitta subita dai 49ers contro gli Atlanta Falcons.
I playoff di Dallas iniziarono circondati dagli stessi dubbi che li avevano seguiti durante tutta la regular season, l'ultimo riguardava il rapporto tra Troy Aikman e coach Barry Switzer, ma il quarterback da UCLA ignorò questo cosiddetto “rumore di fondo” e guidò i Cowboys come aveva fatto negli anni precedenti, gestendo l'attacco con precisione e affidandosi ai suoi due gemelli, Michael Irvin e Emmitt Smith, vendicandosi prima degli Eagles nel Divisional Round e mettendo fine alle speranze dei Packers di Brett Favre, ormai diventati vittima abituale nel percorso playoff di Dallas.
Ad aspettare al Super Bowl i Cowboys stavolta non c’erano più i Buffalo Bills, ma un’altra grande nobile decaduta, i Pittsburgh Steelers, che non arrivavano a disputare il match per il Lombardi Trophy dal 1979, durante il periodo della famosa “Steel Curtain”.
In una partita di cui i Cowboys non hanno mai avuto il pieno controllo, a indossare il mantello dell’eroe non è stato uno dei “Triplets” e neanche “Prime Time”, ma è stato Larry Brown (nominato poi MVP del match) che con due provvidenziali intercetti, ha messo in ottima posizione i suoi compagni per mettere il sigillo sulla partita per aggiungere il terzo Vince Lombardi Trophy ottenuto in 4 anni.
Molti dicono che il merito del Super Bowl 1995 vada riconosciuto ai giocatori, che riuscirono a fare quadrato e a ricordare ciò che veniva fatto durante i due anni della gestione Johnson.
Altri lo vedono come il grande successo di Jerry Jones, che dimostrò di non aver bisogno di un grande allenatore per vincere, bastava solo un ottimo gestore per i giocatori che lui riusciva ad ingaggiare.
La verità è che però i Cowboys da allora sono riusciti a tornare alla post season solo 13 volte negli ultimi 30 anni, portando a casa solo sconfitte e senza mai superare il Divisional Round.
Ogni anno a settembre le aspettative sono sempre alte, dopo il primo mese si pensa che questa squadra riuscirà a interrompere il digiuno di vittorie nella post season, ma puntualmente ogni inverno le speranze si sciolgono come neve al sole e ricomincia il “cerchio delle sofferenze” dei tifosi, fatto di rabbia verso un attacco inconcludente e una difesa che ha perso la sua stella Micah Parsons.
Chiunque entri all’AT&T Stadium ogni domenica dopo aver vissuto gli anni d’oro di questa squadra, spera un giorno di poter riportare in auge (e stavolta con un forte senso di appartenenza e orgoglio) quel motto che Coach Jimmy Johnson lanciò nel 1992 “How bout them Cowboys”.
✍️Loris Perego per L’intercetto.it
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In pochi, ormai, lo possono scrivere e Noi ne andiamo Fieri!
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